Oh, finalmente un assioma a tema “lingua italiana”. Sono anni che penso di scrivere un libro sui refusi e sulle espressioni della lingua italiana usate male.

Diciamo che qui ho intenzione di ritagliarmi solamente un primo, misero angolo di italiano senza esagerare.

Sarebbe facile fare un elenco delle espressioni che le persone utilizzano senza nemmeno pensare al loro significato (su qualcosa torneremo nell’ultimo capitolo); ma in questo caso voglio concentrarmi sull’utilizzo del termine “resilienza”, in quanto è diventato molto di moda negli ultimi anni.

Il concetto sarebbe molto bello: in pratica, semplificando parecchio, si usa un singolo termine per definire la capacità di riprendersi dopo una difficoltà.

Si tratta di un termine che nasce in ambito tecnico (meccanica, biologia etc,) e che, non lo nego, ha una propria poesia.

Tanto per attirarmi le ire di quei pochissimi amici che ancora non mi detestano completamente, direi che una parte di colpa nella diffusione a bischero di “resilienza” l’ha avuta il boom (in corso da una decina d’anni a questa parte e apparentemente inarrestabile) dei corsi di counselling.

Ma il problema principale è che una parola simile dovrebbe essere usata con un po’ di parsimonia, senza esagerare; con la cautela che si riserva alle cose belle, alle cose importanti.

E invece no. Appena un termine del genere prende piede, la gente lo usa come il prezzemolo; non tanto perché ne abbia bisogno ma perché pensa di migliorare la propria immagine solo pronunciandolo.

E allora diventa “resiliente” qualunque cosa, anche il tuo motorino e spopolano i tatuaggi che contengono tale parola.

Così facendo, quel termine che era bello, delicato e poetico perde ogni capacità evocativa e suscita immediatamente antipatia quando viene proferito.

Quindi in realtà non esiste un solo problema ma due problemi diversi.

Il primo risiede nell’ignoranza della persona che lo usa a sproposito rendendolo banale e prosciugandolo di qualunque fascino.

Il secondo problema sta nel fatto che quando una parola o un’espressione diventa di moda e viene utilizzata troppo frequentemente finisce per distrarre e irrigidire subito l’interlocutore che in pratica smette di ascoltare, quasi scioccato da quel determinato termine.

E non succede solamente con “resilienza” ma anche con altri drammi che viviamo spesso come “anche a te e famiglia”. Oppure quando la persona che parla inserisce termini inglesi senza che ce ne sia alcun bisogno (il mio vecchio amico Alessandro avrebbe milaneseggiato esordendo con “Allora per questo abbiamo il go mentre per quest’altro stiamo un attimino in stand by”).

Comunque il termine “resilienza”, alla fin dei salmi, dovrebbe ricordarci la forza che deriva dall’aver superato un problema e quindi dovrebbe ispirare coraggio ed essere una spinta positiva per spronare le persone che stanno affrontando una difficoltà.

È vero che tutti noi nella vita affrontiamo problemi. Ed è vero che qualunque persona si incontri sta combattendo la propria battaglia.

Ma è anche vero che c’è una sproporzione fra il tempo che passiamo a leccarci le ferite dopo una tragedia e il numero spropositato di volte che ci imbattiamo in questa parola alla televisione, sui social (quante natiche su Instagram hanno trovato con questo termine un’ottima scusa per essere ostentate?), sulla carta stampata etc.

Se proprio volete usarla, fatelo nei contesti giusti e magari studiatene seriamente il significato fuori dalla sfera psicologica. Potreste imparare qualcosa.

Ne consegue incontrovertibilmente che l’uso del termine “resilienza” è in realtà quasi sempre un inutile abuso perpetrato da una persona che ne ignora il significato.