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    L’arte delle fregature 2 – 1.05 – Errore aneddotico

    L’errore aneddotico (in inglese anecdotal fallacy) si commette quando usiamo l’esperienza personale o anche un singolo esempio isolato invece di un argomento valido oppure di prove convincenti.

    In pratica si tratta di un errore logico e basterebbe metterci un po’ di buon senso per rendersene conto. Ma a noi piace fregarci da soli e non ci viene in mente che sia possibile (se non probabile) che una cosa possa essere inaffidabile se supportata da dati selezionati in pieno cherry picking o comunque non rappresentativi. Le prove aneddotiche non sono ovviamente considerate un gran supporto per affermazioni che debbano avere una valenza generale.

    Pensare a un ricordo recente o a un aneddoto o ancora a un evento particolare ti porta a esagerare le probabilità di quel tipo di evento. Ed è ancora più drammatico quando, in realtà, tu avresti accesso a prove decisamente migliori ma per colpa di questo errore le trascuri.

    Quindi l’errore induce le persone a considerare più affidabili le emozioni di un ricordo rispetto a prove vere, forti, con valenza scientifica proprio rispetto a quelle prove che sono molto spesso più accurate delle percezioni e delle esperienze personali. Purtroppo ci freghiamo e finiamo per credere a ciò che è “forte per noi” perché i dati veri ci risultano lontani, astratti, freddi.

    Facciamo un esempio. Avevi un problema di salute, sei andato dallo sciamano che ti ha appoggiato un sassolino sulla fronte recitando poesie in sanscrito e il problema è andato via. Il problema sarebbe chiaramente andato via comunque ma secondo te è stato l’intervento dello sciamano a risolverlo. E visto che con te ha “funzionato”, puoi consigliare alla gente che ha il tuo stesso problema di andare a farsi mettere i sassolini sulla fronte dallo sciamano.

    Succede una cosa simile anche se stai guidando e ti capita di passare accanto al luogo dove si è appena verificato un incidente. È naturale iniziare a rallentare e a guidare con maggiore prudenza del solito. Almeno per qualche chilometro. Le probabilità di avere un incidente non sono cambiate ma la tua percezione sì.

    L’errore aneddotico è detto anche “Volvo fallacy”. Questa cosa deriva dalla storiella di un tizio che voleva comprare una nuova macchina. Il tizio si è studiato pro e contro di tutte le marche per mesi, un lavoro davvero enorme. E alla fine aveva deciso che la scelta migliore sarebbe stata una Volvo. La sera va a una festa e conosce un altro tizio che gli racconta come suo fratello si sia trovato malissimo con una Volvo. E quindi decide di non comprarla.
    Perché dà più retta al racconto di uno sconosciuto che allo studio che ha portato avanti per mesi? Bella domanda, vero?

     

    L’errore aneddotico nel marketing.

    Vediamo qualche esempio di errore aneddotico nel mondo della comunicazione a scopo commerciale perché è alla base di molte delle fregature di cui siamo vittime quotidianamente.

    Ci fregano quando ci raccontano storie di successo senza dati di supporto. Se un’azienda condivide storie di successo dei propri clienti senza fornire dati o prove concrete dell’efficacia del prodotto/servizio, sta facendo leva solo sull’effetto emotivo di queste testimonianze. Presentano casi basati su un campione di clienti molto ristretto e fanno sembrare che il loro prodotto sia efficace per tutti, ignorando i clienti che non hanno avuto un’esperienza fantastica. Dieci clienti non sono un campione serio.

    E ci fregano quando fanno della mancanza di contesto una cosa normale. Se presenti una storia senza fornire un contesto adeguato, stai rendendo difficile valutare la sua accuratezza e la sua rilevanza. Se mi parli di come un prodotto ha aiutato un certo tizio a perdere peso ma non mi fornisci informazioni sufficienti sulla dieta che sta seguendo o su quanto esercizio fisico stia facendo, mi mancano dati fondamentali per poter giudicare l’efficacia del prodotto stesso. E pensiamo a quando ci fanno vedere un video particolarmente emozionante su come un prodotto ha aiutato una persona a superare una certa difficoltà ma non riportano le specifiche tecniche del prodotto o come potrebbe aiutare in pratica altre persone.

    Ma i consumatori non sono i soli a subire i casini dell’errore aneddotico. Anche le aziende ci cascano con tutti i piedi e in più di una situazione. Vediamo qualche esempio.
    Si fregano da soli quando investono rischiando in modo significativo, basandosi su singoli casi isolati di successo senza considerare la probabilità di fallimento.

    Si fregano da soli quando promuovono una determinata strategia di marketing e magari si stanno basando su pochi casi di successo. Senza considerare la variabilità delle esperienze. E il contesto unico nel quale andrebbe considerata ogni scelta. Non si possono prendere decisioni sulla base di aneddoti e di storie individuali ma si devono invece considerare dati concreti e ricerche di mercato. È follia lanciare un nuovo prodotto basandosi sulla convinzione che piacerà certamente ai consumatori, senza magari condurre ricerche per valutare l’entità della futura domanda. Viene in mente la puntata dei Simpson sul fratello di Homer.

    Si fregano da soli quando prendono decisioni (in generale, non solo sul marketing) basate su esperienze personali dei propri dipendenti, sulle esperienze personali o su aneddoti di successo invece che sui dati misurabili. È pericoloso trarre conclusioni affrettate sulla base di un numero limitato di esempi senza considerare la diversità del target. Esistono casi in cui sono stati prodotti oggetti, pensando che tutti i giovani sarebbero stati interessati solo perché i figli di alcuni amici del presidente avevano espresso interesse per un prodotto simile. Male, molto male.

     

    L’errore aneddotico nella disinformazione.

    Questo bias è spesso utilizzato da chi diffonde narrazioni false e polarizzate. Come se non bastasse è anche alla base del meccanismo che ti rende fragile in questo senso. E che ti fa apparire credibili le baggianate più pazzesche.

    Se usi una storia individuale per dimostrare qualcosa che abbia valenza generale, magari sbattendotene altamente di eventuali prove contrarie provenienti da dati più affidabili, i casi sono due: o sei scemo o sei in malafede. E, come sapete bene, le due cose non si escludono a vicenda. Per tornare su un esempio fatto in precedenza, condividere sulla propria bacheca la storia di una persona che ha avuto una reazione avversa a un vaccino e chiudere il post affermando che tutti i vaccini sono pericolosi è da scemi. E anche da stronzi.

    È chiaro che la fregatura ce la procura chi sceglie una singola testimonianza, un singolo caso, una singola esperienza e la fa diventare degna di essere universale, di valere per tutti.

    E noi siamo molto deboli in queste cose, molto deboli. Se a te è successa una certa cosa e il telegiornale ti dice l’opposto è difficile non cadere nell’errore di affermare “Ma cosa mi raccontano? Io l’ho vissuto sulla mia pelle, so come funziona”. E non ci sarebbe nulla di male, ovviamente, nessuno mette in dubbio che a te sia successa una certa cosa. A te, non a me. A te, non al 99,9% di tutta la popolazione mondiale. E anche se così fosse, resterebbe lo 0,1% per il quale la tua esperienza non varrebbe. Se tuo figlio ha subito un grave effetto collaterale di un certo farmaco sarai ovviamente incazzato come una scimmia e non capirai come mai non abbiano ancora ritirato quel certo farmaco dal commercio. Io posso capirti, umanamente comprenderti ma tutto ha un effetto collaterale. Tutto.
    E purtroppo la sfiga esiste, mi dispiace ma bisogna lavorare con dati e statistiche (e imparare a interpretarli molto bene) per andare avanti.

    Oltre a ciò, ci sarebbe da parlare del solito pastone di testimonianze non verificate di presunti testimoni oculari. Oppure di sedicenti esperti, di racconti personali non verificati, di aneddoti falsi o artatamente esagerati, di racconti anonimi, di fonti che non esistono etc.

    Ma io devo passare alla vita sentimentale.

     

    L’errore aneddotico nella vita sentimentale.

    Purtroppo, anche nel campo dei sentimenti ci facciamo fregare dalla stessa, solita robaccia.
    Se hai vissuto una storia che ti ha segnato e che si è svolta in un certo modo, tutte le relazioni dovranno seguire la stessa linea temporale. Pensi che più o meno dovranno nascere nello stesso modo e con tempi simili, svilupparsi nello stesso modo e con tempi simili, finire nello stesso modo e con tempi simili. Ignori le probabilità che ogni relazione sia una cosa a sé, abbia il proprio percorso, abbia i propri tempi.

    Anche qui, come in altri bias, torna l’idea della fiducia cieca nel concetto “felici e contenti per sempre”. Se basi le tue aspettative riguardo a convivenza o matrimonio sull’idea romantica “non ci lasceremo mai” perché te l’hanno inculcata o l’hai vista mille volte al cinema oppure l’hai letta nei romanzi ho una brutta notizia per te: potrebbe essere molto più difficile di quanto tu creda. Ci sono persone che pensano che le storie sentimentali “di successo” siano la maggior parte perché si basano sui racconti dei conoscenti o dei parenti.

    Capisco che aver ascoltato aneddoti positivi sull’amore possa condizionare il giudizio ma teniamo anche presente che il fatto che sia andata bene a una o due persone non significa che andrà bene anche a noi. Per l’amor di Dio, non significa nemmeno che andrà male però frenerei l’entusiasmo. Anche perché dovete ricordarvi che la gente non dice sempre la verità. E che (anche se volesse dire la verità) al limite racconterebbe la propria verità. Ovvero ciò di cui è convinta. E non è la stessa cosa.

    Anche il fatto che, dopo aver fatto un grave torto al partner, tu sia riuscito a farti perdonare con un gesto eclatante non ti dà certamente il diritto di pensare che la prossima volta ti andrà bene di nuovo. Stavolta ti è andata bene, stavolta. Suggerirei di non tentare di nuovo la fortuna, che dici?

     

     

    Estratto da “L’arte delle fregature 2” di Lamberto Salucco

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    L'arte delle fregature 2 - 1.01 - Falso ricordo - Lamberto Salucco

     

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    Lamberto Salucco

    (Firenze, 1972) – Sono un consulente informatico (ma laureato in Lettere Moderne), mi occupo di marketing (ma solo digitale), social media (ma non tutti), editoria (ma non cartacea), musica (ma detesto il reggae), formazione (ma non scolastica), fake news (ma non sono un giornalista), programmazione (ma solo Python), siti web (ma solo con CMS), sviluppo app (ma solo iOS e Android), bias cognitivi (ma non sono uno psicologo), intelligence informatica (ma solo OSINT), grafica 3D (ma niente CAD), grafica 2D (ma niente Illustrator), Office Automation (ma non mi piace Access).