E arriviamo all’ultimo bias di questo primo capitolo. L’antropomorfismo (in inglese anthropomorphism) è la tendenza a caratterizzare gli animali, gli oggetti e i concetti astratti come se possedessero tratti, emozioni e comportamenti simili a quelli umani. Il contrario dell’antropomorfismo è lo zoomorfismo che in pratica sarebbe affibbiare caratteristiche animali a un essere umano.
Si tratta di un processo cognitivo che ti fa usare schemi umani su qualunque altra cosa. Si usano come base gli schemi sugli esseri umani perché è una conoscenza che viene acquisita nei primissimi anni della nostra vita. Fra l’altro è una conoscenza che ci risulta più dettagliata rispetto a quella relativa alle entità non umane. Ed è anche più facilmente accessibile nella memoria.
Potremmo fare infiniti esempi. Lo Zio Sam che è la personificazione degli Stati Uniti d’America dal 1812, gli animali della Disney (Topolino, Pippo, Paperino etc.) hanno comportamenti umani al 100%, l’auto di Cars della Pixar, lo Stregatto e il Coniglio bianco di Alice, in un certo senso lo scarafaggio di Kafka, le divinità greche e romane dell’amore o della guerra etc.
Si definisce antropomorfismo anche un modo di scrivere (spesso errato) che in generale tende a far risultare umano qualcosa che non lo è. Si pensi alla frase “L’esperimento di Marconi del 1895 riuscì a trasmettere un codice Morse”. Tecnicamente si tratta di un antropomorfismo perché non è certamente l’esperimento che trasmise il codice Morse ma Marconi. La frase corretta sarebbe “Marconi nel 1895 riuscì con un esperimento a trasmettere un codice Morse” o roba simile. Ma torniamo ancora una volta nel seminato.
L’antropomorfismo nel marketing.
La prima cosa che viene in mente qui è sicuramente un’azienda che crea una mascotte antropomorfa per i propri prodotti o direttamente per il brand, e le dà espressioni facciali umane, gesti riconoscibili e una certa personalità per aumentare simpatia ed engagement. Pensiamo ai personaggi animati dei cioccolatini M&M’s, alla tigre della Kellog’s, all’omino Michelin etc.
Rientra nel caso anche attribuire caratteristiche umane a un prodotto o a un servizio. Se dai una personalità a un oggetto e fingi che possa provare emozioni, lo renderai più attraente e “vicino” al consumatore. A volte basta dare un nome simpatico a un aspirapolvere (ho scoperto di recente con sgomento che la gente dà il nome ai Roomba). Altre volte bisogna impegnarsi di più per creare l’associazione nella mente di chi deve comprare. Mi viene in mente anche l’orsetto dell’ammorbidente Coccolino, mi piaceva molto quando ero piccolo.
Ma l’azienda potrebbe attribuire a un proprio prodotto caratteristiche umane nelle pubblicità per facilitare il processo di identificazione del consumatore. E lo potrebbe fare anche utilizzando un linguaggio emotivo per descrivere i prodotti o comunicando con un linguaggio “antropomorfico”, parlando dei propri prodotti come se fossero esseri viventi con sogni, desideri, sentimenti, necessità.
Non vi ricorda subito Silvio Orlando quando dice “Allora sappi che non mi piace neanche quando dici che un’insalata di pomodori è simpatica, che un succo di frutta è geniale, che un alimentari è pazzesco e un film è scomodo”?
L’antropomorfismo nella disinformazione.
Qui voglio fare un solo esempio ma che mi pare calzante. Parlando in generale di disinformazione in ambito politico, è possibile utilizzare l’antropomorfismo per creare un’immagine “umanizzata” di un personaggio politico o di una certa fazione politica.
Mi spiego meglio altrimenti sembra che abbia dato definitivamente i numeri. Un candidato politico potrebbe essere rappresentato come figura paterna/materna al fine di creare un legame emotivo con l’elettore, è successo mille volte nella Storia. In questo modo si può cercare di distrarre le persone dalle questioni politiche reali e dalle effettive capacità del candidato di risolvere i problemi, influenzando così il voto facendo leva sulle emozioni invece che su un’analisi razionale.
Il tizio o la tizia in questione che si presenta alle elezioni (sono fresco di voto, erano oggi le consultazioni per Quartiere, Comune ed Europa) è una persona come tutti noi con aspetti positivi e negativi, con pregi e difetti, con punti di forza e di debolezza.
Tutti. Anche quel candidato che detesto con tutte le mie forze e anche quel candidato che mi sembra incarnare perfettamente i valori ai quali tengo davvero. Sono persone. Una forma di antropomorfizzazione può essere costituita dalla distrazione della narrazione dai suoi aspetti rilevanti (e quindi importanti per la mia decisione) alle caratteristiche secondarie o addirittura inventate di sana pianta.
Vedere un candidato in mezzo alla gente, che parla con i fruttivendoli del mercato, che abbraccia la vecchina che ha perso tutto nell’ultimo sisma, che gioca col proprio cane o col proprio nipotino non ha niente di negativo in sé ma devo ricordarmi ogni volta che questa roba viene fatta perché deve essere fatta e perché lo fanno tutti e allora lo deve fare anche in candidato X.
E più che altro devo ricordarmi che non dice nulla di cosa farà davvero una volta che X dovesse essere eletto.
L’antropomorfismo nella vita sentimentale.
Per chiudere, vorrei riportare un paio di esempi di questo meccanismo cognitivo anche nell’ambito sentimentale.
Il primo riguarda la cosiddetta interpretazione antropomorfica delle relazioni che in genere si manifesta quando una persona si trova a interpretare le varie dinamiche relazionali come se queste fossero animate da una certa volontà oppure da una personalità distinta. In questo modo si astrae il rapporto con il partner attribuendo proprio a tale rapporto (e non al partner) una serie di caratteristiche e di tratti umani come fiducia, gelosia o affetto.
È una cosa che può alienare e rendere difficile mantenere la lucidità necessaria per tenere in piedi una relazione. Esistono casi in cui si inizia a vedere il matrimonio “da lontano”, come se fosse un film. Una coppia inizia a rappresentare il proprio rapporto come se fosse un romanzo, una storia narrativa con tanto di protagonisti, intrecci e vicissitudini. Non è un problema in sé ma si rischia di attribuire al legame una sorta di umanità distinta rispetto a quella dei due partner, sentendosi via via sempre meno coinvolti.
L’altro esempio riguarda le fregature online date dall’esplosione della cosiddetta intelligenza artificiale, iniziata circa nel mese di novembre 2022. Esistono app di incontri che utilizzano assistenti virtuali con caratteristiche “umane” per interagire con gli utenti e che sono progettati per sembrare empatici e usare un linguaggio affettuoso. Così fanno sentire gli utenti compresi e apprezzati con lo scopo di far loro sviluppare una fiducia eccessiva che può diventare pericolosa. Raccogliere dati personali sensibili, incoraggiare acquisti premium etc.
La stessa cosa avviene nel caso di truffe sentimentali online in cui i truffatori creano un profilo falso, utilizzando foto e dettagli che descrivono il personaggio con caratteristiche umane ideali. Poi interagiscono in modo premuroso e gentile per costruire una relazione emotiva con la vittima. Al momento giusto, quando la vittima sarà coinvolta e cotta a puntino, inizierà la richiesta di soldi e non sarà facile né ammettere né accorgersi della fregatura che è stata costruita.
Estratto da “L’arte delle fregature 2” di Lamberto Salucco





