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    L’arte delle fregature 2 – 2.01 – Errore di attribuzione di gruppo

    Il primo bias del secondo capitolo è l’errore di attribuzione di gruppo (in inglese group attribution error) ed è in parte da interpretare congiuntamente all’errore di massima attribuzione che vedremo nel prossimo capitolo. Per questo primo bias si parla della tendenza delle persone ad attribuire a un gruppo intero le caratteristiche di un singolo membro di questo gruppo, in pratica estendendole quasi automaticamente a tutti gli altri membri.

    L’errore di attribuzione di gruppo si riferisce quindi alla tendenza delle persone a credere che le caratteristiche di un singolo membro del gruppo riflettano il gruppo nel suo insieme. Oppure che il risultato decisionale di un gruppo debba riflettere le preferenze dei singoli membri del gruppo, anche quando ci sono informazioni esterne che suggeriscono il contrario.

    Una scoperta fondamentale è stata che, anche quando veniva detto che la persona non era “tipica” del gruppo, facevano comunque generalizzazioni basate sulle caratteristiche dell’individuo di cui avevano letto. Questo pregiudizio può quindi fare in modo che, vedendo una persona di un particolare out-group (ovvero un gruppo esterno al nostro) comportarsi in modo negativo, arriviamo ad attribuire queste caratteristiche alla maggior parte o addirittura a tutti i membri del suo gruppo.

    Un esempio tipico di questo bias sono i partiti politici. Ammettiamo pure che un partito politico abbia una serie di idee e valori condivisi ma i singoli membri del partito sono sempre liberi di avere una propria opinione su una cosa. Spesso però le persone crederanno che qualcuno che sostiene un certo partito condivida per forza tutte le convinzioni e gli ideali di quel partito, senza idee, convinzioni e sfumature personali.

     

    L’errore di attribuzione di gruppo nel marketing.

    Normalmente l’errore di attribuzione di gruppo crea casini quando si studiano i target per un certo prodotto o per una certa campagna di comunicazione.

    Certo, una buona dose di pressappochismo è connaturata al compito di chi fa questo lavoro. Tutti sanno che non puoi dire “a tutte le donne, sposate, che hanno figli, un’età fra i 25 e i 35, istruzione superiore piacerà questo prodotto”. E infatti la cosa non è affatto semplice.

    Rischi molto con le generalizzazioni sui gruppi di persone basandoti su caratteristiche come età, sesso, etnia e religione se non tieni in conto le varie diversità sicuramente presenti all’interno di questi gruppi.

    Non puoi creare una campagna pubblicitaria per un servizio finanziario che si rivolge a tutti i pensionati senza considerare che i pensionati hanno esigenze finanziarie molto diverse.

    Così come non puoi creare una campagna pubblicitaria per un cibo che utilizzi lo stesso identico messaggio e le stesse identiche immagini in tutti i Paesi del mondo. Devi considerare le differenze culturali nei gusti e nelle abitudini alimentari. Però occhio: devi farlo senza utilizzare stereotipi culturali altrimenti rischi di offendere il pubblico e di compromettere l’efficacia della campagna.

    Insomma, non puoi dire “ai giovani piace questo”, “le donne preferiscono così”, “nel Sud Italia si vendono più modelli X”.

    Cioè, puoi farlo e talvolta ti va anche bene ma non è una grande idea. Devi studiarti i mercati di riferimento. Parti da lì ma non ti fermare lì. Non puoi assumere che tutti i consumatori all’interno di un determinato segmento di mercato (gruppo) agiscano in modo simile. Non puoi attribuire loro le stesse esigenze, gli stessi desideri, gli stessi comportamenti di acquisto. Devi considerare le variazioni individuali.

    Certo, a volte anche i consumatori vengono fregati da metodi che sfruttano un bias come l’errore di attribuzione di gruppo. Faccio solo un esempio. Un’azienda potrebbe presentare recensioni positive da parte di membri di un particolare gruppo demografico, per esempio “giovani professionisti scapoli” oppure “genitori separati”. Questo per creare l’impressione che quel certo prodotto sia apprezzato da tutti i membri che appartengono a quel gruppo. Il consumatore potrebbe quindi pensare che piacerà anche a lui, visto che persone a lui simili lo apprezzano.

     

    L’errore di attribuzione di gruppo nella disinformazione.

    Qua non ci vuole un genio per capire che “credere che le caratteristiche di un singolo membro del gruppo riflettano il gruppo nel suo insieme” è l’anticamera di tante, tante cose brutte. In questo caso possiamo limitarci alla parte in cui si generalizza in modo eccessivo, magari per ignoranza o per evidente idiozia. Sapendo però che diffondere disinformazione e fake news su gruppi di persone alimenta i pregiudizi e può portare alla discriminazione.

    Ti fregano quando incolpano un intero gruppo etnico per il crimine commesso da un singolo membro di quel gruppo. Perché la responsabilità penale è personale.

    E ti fregano quando affermano che la povertà degli africani è dovuta principalmente alla loro mancanza di voglia di lavorare e al loro stile di vita. Dovrebbero invece riconoscere che disuguaglianza, discriminazione e razzismo (insieme ai nostri antichi crimini coloniali) sono le prime cause della povertà nei popoli meno abbienti.

    Ti fregano quando affermano che tutti gli immigrati sono un pericolo per la sicurezza nazionale solo perché ci sono diversi criminali che sono arrivati coi barconi. Come se gli italiani fossero migliori. Ti raccontano anche che in carcere sono tutti extracomunitari e non è vero perché sono circa il 30%.

    Significa che circa il 70% sono criminali italianissimi, cristianissimi e bianchissimi. Poi ti diranno che in rapporto a quanti sono in totale è una percentuale altissima. Non è una cosa falsa in sé. Peccato che nessuno tenga in conto che questi magari hanno qualche piccolo problema in più rispetto a Chevin Fumagalli che prende di paghetta il triplo di quanto un disgraziato riesca a guadagnare spaccandosi la schiena sotto il sole in un campo in Puglia.

    Ti fregano quando ti dicono che tutti gli attivisti sono una minaccia per l’ordine pubblico solo perché quattro imbecilli hanno fermato il traffico sul Grande Raccordo Anulare. Oppure hanno buttato vernice su un quadro.

    Ti fregano quando ti dicono che tutte le donne sono negate alla guida solo perché magari hanno un’amica che non sa parcheggiare. Oppure che tutti gli uomini tradiscono la moglie solo perché alcuni lo fanno.

    Ti fregano quando ti dicono che “la televisione mente” solo perché esistono singoli canali che trasmettono singoli programmi particolarmente schierati e poco affidabili.

    E ti fregano quando ti dicono che tutti i membri di un determinato partito politico sono corrotti. Oppure che tutti i membri di una determinata religione sono violenti. Non considerano che stanno dando fiato ai propri bias cognitivi. E che a parti invertite non si sognerebbero mai di condannare collettivamente migliaia (o magari milioni) di persone. Anzi, ne sarebbero estremamente indignati.

     

    L’errore di attribuzione di gruppo nella vita sentimentale.

    E anche qui ovviamente tornano le generalizzazioni, specialmente quelle collegate al sesso. Non tutti gli uomini sono pigri solo perché ne hai conosciuto qualcuno. Non tutte le donne sono eccessivamente emotive solo perché hai conosciuto qualche isterica. E non tutti gli uomini si sentono capofamiglia solo perché il tuo ex voleva un parentado con cinque figli e venti nipoti. Non tutte le donne sono felici di fare l’angelo del focolare solo perché ti ricordi (idealizzandola eccessivamente) tua madre. Non tutti gli uomini pensano al sesso 24 ore al giorno solo perché hai beccato qualche maniaco sessuale. E non tutte le donne fingono mal di testa per non scopare solo perché hai beccato qualche tizia poco focosa (magari solo con te). Non tutti gli uomini amano guardare lo sport in televisione tipo Homer Simpson. Non tutte le donne amano fare shopping come in Sex and The City etc. etc.

     

     

    Estratto da “L’arte delle fregature 2” di Lamberto Salucco

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    L'arte delle fregature 2 - 1.01 - Falso ricordo - Lamberto Salucco

     

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    Lamberto Salucco

    (Firenze, 1972) – Sono un consulente informatico (ma laureato in Lettere Moderne), mi occupo di marketing (ma solo digitale), social media (ma non tutti), editoria (ma non cartacea), musica (ma detesto il reggae), formazione (ma non scolastica), fake news (ma non sono un giornalista), programmazione (ma solo Python), siti web (ma solo con CMS), sviluppo app (ma solo iOS e Android), bias cognitivi (ma non sono uno psicologo), intelligence informatica (ma solo OSINT), grafica 3D (ma niente CAD), grafica 2D (ma niente Illustrator), Office Automation (ma non mi piace Access).