E dopo l’errore di attribuzione di gruppo passiamo all’errore di massima attribuzione, in inglese chiamato generalmente ultimate attribution error.
È un errore di attribuzione a livello di gruppo che offre una spiegazione su come una persona vede le diverse cause di comportamento negativo e positivo in ambito sia in-group sia out-group. E qui la famosa divisione in “noi” e “loro” che tanti casini ha creato nella storia dell’umanità è cruciale.
La tendenza a giudicare in modo sfavorevole le persone appartenenti a gruppi sociali differenti dal nostro è un fenomeno decisamente comune. Quando osserviamo qualche comportamento negativo in questi individui, li consideriamo come conseguenza di caratteristiche innate o addirittura genetiche. E li etichettiamo (da buoni rimbischeriti quali siamo) in modo negativo. Al contrario, se queste persone compiono azioni positive, tendiamo ad attribuire il merito di quelle azioni al caso o alla fortuna invece che alle loro capacità o alle loro reali intenzioni.
Ricordiamoci che il termine “in-group” si riferisce al gruppo di appartenenza di colui che attribuisce, in pratica è il famoso “noi”. Il gruppo il cui comportamento viene giudicato si chiama “out-group” ed è il sempiterno “loro”.
Facciamo un esempio. X fa parte dell’in-group e Y dell’out-group. X commette l’errore di massima attribuzione quando attribuisce eccessivamente i successi di Y (o in generale dell’out-group) alla fortuna o alle circostanze, e i fallimenti di Y alla sua mancanza di talento, impegno o lungimiranza. Questo errore si verifica anche quando X attribuisce i propri successi (o quelli di chiunque faccia parte dell’in-group) al proprio talento, impegno o lungimiranza. E ovviamente i fallimenti alle circostanze esterne.
Quando durante una partita un giocatore della nostra squadra preferita commette un fallo, spesso lo attribuiamo alla provocazione di un avversario. E quando invece il fallo l’ha commesso un giocatore dell’altra squadra? Capita che lo interpretiamo come una cattiveria o come un gesto eccessivo. Si attribuisce la stessa azione da tutte e due le parti tipicamente a cause diverse, a seconda di chi sta effettuando l’azione e chi l’attribuzione. In questo modo può diventare impossibile raggiungere un’intesa comune.
Si dice che l’errore di massima attribuzione sia un pregiudizio egoistico, sebbene venga anche chiamato group-serving bias. Si dice invece che l’errore di attribuzione di gruppo (che abbiamo visto nel capitolo precedente) sia un pregiudizio al servizio del gruppo. Però le denominazioni sono molteplici e abbastanza confusionarie.
L’errore di massima attribuzione nel marketing.
Iniziamo dai casini che questo bias crea nelle aziende. Per esempio, può portare a vedere i fallimenti delle proprie strategie di marketing come dovuti alla malafede o alla mancanza di gusto e di competenza dei clienti, non al fatto che abbiamo commesso magari qualche errore di valutazione.
Per esempio, può portare ad attribuire il successo di una campagna pubblicitaria a un fattore esterno e poco controllabile come un evento di attualità o una certa crisi piuttosto che all’efficacia della campagna stessa.
Oppure può portare un’azienda ad attribuire il successo di un certo dipartimento al talento del manager responsabile piuttosto che a una collaborazione complessa, a una cultura aziendale che incoraggia l’innovazione, agli investimenti etc.
Ma può anche fare in modo che un’azienda attribuisca il proprio declino solo ed esclusivamente alla concorrenza, senza considerare magari altri fattori determinanti come l’impatto di una modifica radicale nelle preferenze dei consumatori. Oppure di una congiuntura economica internazionale.
Purtroppo, nemmeno i comuni mortali sono immuni a questo bias.
Un consumatore potrebbe avere una forte preferenza per i negozi fisici (in-group), ritenendo che i negozi e-commerce online (out-group) offrano tutti prodotti di qualità inferiore o meno affidabili. Qualora dovesse acquistare un prodotto difettoso in un negozio fisico, penserà che sia stato un incidente isolato. Ma se dovesse succedere con un acquisto online potrebbe generalizzare perché tutti i prodotti online sono inaffidabili etc.
Un consumatore potrebbe fidarsi anche troppo ciecamente dei consigli di amici o familiari (in-group). E potrebbe dare per scontato che i consigli degli sconosciuti (out-group) siano sicuramente meno affidabili. Se poi il prodotto consigliato da un amico si rivela difettoso può pensare che sia stato un incidente, un caso, la sfiga. Ma se il prodotto difettoso me l’avesse consigliato un estraneo, sarebbe sicuramente la prova definitiva che i consigli degli estranei non sono mai affidabili.
L’ultima e poi l’abbozzo, giuro. Un consumatore potrebbe anche credere che i prodotti di una marca famosa siano sempre di alta qualità (in-group) mentre quelli di brand meno conosciuti siano di scarsa qualità (out-group). Magari ignora recensioni negative o esperienze personali sfavorevoli con la sua marca del cuore perché “non è possibile e poi sicuramente sarà stato un caso”. Ma se il prodotto della marca sconosciuta dovesse avere recensioni ottime “sicuramente le avranno comprate”. E se dovessero averle pessime “ma certo, chi li conosce?” e potrei andare avanti.
L’errore di massima attribuzione nella disinformazione.
Nell’ambito della disinformazione, ovviamente, questo bias sguazza felice.
Pensa a quando ti dicono:
- che le notizie che provengono da fonti autorevoli o istituzionali sono in realtà legate a interessi finanziari o di potere
- che sono solo giornalai venduti e impegnati ad aumentare gli introiti
- che vogliono solo controllare l’opinione pubblica
- che tu sei una pecora
- che le organizzazioni di fact-checking vogliono solo screditare determinate narrazioni o ideologie etc. etc.
Invece le loro no, le loro fonti non sbagliano. Le loro fonti sono pure, incontaminate, dicono le cose come stanno, non sono per nulla asservite al potere bla bla bla.
Pensa a quando ti dicono che la rimozione o la limitazione della diffusione di certi contenuti online avviene solo per la censura dei Governi e per la volontà delle piattaforme digitali di reprimere la libertà di parola. Le loro piattaforme, invece, sono per la pluralità di informazione. E questo in genere comprende antiscientifiche puttanate come la Terra piatta, la stregoneria, le narrazioni di fantastoria etc.
Pensa a quando ti accusano di essere dipendente dallo smartphone e dai social che sono la vera maledizione dei nostri tempi e accidenti agli Stati Uniti etc. Però te lo scrivono con lo smartphone su un social statunitense. Cosa cazzo gli passa per il cervello? È un effetto di questo bias che gli fa vedere il proprio modo di utilizzare la tecnologia come diverso dal modo in cui la utilizzano gli altri.
Pensa a quando ti dicono che gli sforzi scientifici (per esempio la ricerca sui vaccini o sui cambiamenti climatici) sono in realtà cospirazioni di gruppi di interesse o di lobby economiche. Andate a vedere cosa succede sotto ogni post di Ansa, Corriere o Repubblica su questi temi. Scoprirete con raccapriccio che la reaction numericamente più presente è quella della risata.
Perché loro non li freghi, loro sanno che i dati delle ricerche sono manipolati per fini politici ed economici, per ottenere finanziamenti, per promuovere le agende del potere massonico.
Però i loro medici, i loro ricercatori, i loro analisti non sbagliano e lo fanno perché sono dei santi, loro sì che ci vogliono bene. E se muoiono ultranovantenni? Ovviamente sono stati uccisi dalle élite che controllano il Mondo.
L’errore di massima attribuzione nella vita sentimentale.
E nella vita di coppia come può fregarci questo bias? Innanzitutto, dato che è basato sul concetto di “noi” e “loro”, potremmo iniziare col capire chi sono le due squadre in campo.
Personalmente ne do una doppia lettura perché si può pensare che siano partner A e partner B oppure la nostra coppia contrapposta alle altre coppie. Qui mi concentrerò sulla prima.
All’interno della coppia, capita che i due coniugi commettano l’errore di considerare in modo diametralmente opposto una certa cosa.
Se io dico che ho bisogno di spazio o di tempo per me, stiamo parlando di rispettare i bisogni individuali e il diritto alla propria autonomia. Se lo fai tu ci vedo arroganza e menefreghismo nei confronti della relazione.
Quando una discussione inizia per qualcosa che io ho detto o fatto, parliamo di normali differenze di opinioni oppure mi hanno provocato. Se lo fai tu ci vedo cattiva volontà o addirittura malafede.
E se io ti faccio un complimento e tu non mostri particolare gratitudine o felicità sei un’ingrata anaffettiva che non mi dà mai soddisfazione per niente. A parti invertite, invece, non è vero che non l’ho apprezzato, è che io sono fatto così e poi sono stanco.
Se mi confessi di essere preoccupata per qualcosa, può darsi che dia poca importanza alla questione, d’altra parte sei spesso esagerata e in genere ti allarmi per cose irrilevanti. Ma se io confesso di essere preoccupato per qualcosa devi stare a sentirmi perché è una cosa importante, devi mostrare empatia e anche cercare di comprendere le cause dei miei sentimenti.
Se vengo tradito è perché il partner è una persona egoista, immatura, incapace di sentimenti veri. Ma se tradisco io è perché non mi sono sentito abbastanza considerato, amato, compreso, desiderato, ero insoddisfatto, ero annoiato, è stata solo una sbandata perché in realtà io sono una persona molto seria.
E se io mi scuso per qualcosa che ho fatto è perché sono maturo, sincero, tengo alla relazione e voglio che lavoriamo insieme per risolvere i conflitti. Se il partner si scusa per qualcosa che ha fatto potrei anche non accettarle, tanto lo so che probabilmente è un tentativo di manipolarmi e che difficilmente saranno scuse sincere.
E così via per tutte le altre cose. La mancanza di affetto del partner, la freddezza emotiva e/o sessuale, i periodi di stress, la gestione delle amicizie esterne alla coppia etc.
Estratto da “L’arte delle fregature 2” di Lamberto Salucco





